Una decrescita troppo lenta

Partiamo da un grafico che ormai conosciamo tutti benissimo: quello che rappresenta l’andamento del rapporto tra nuovi casi e tamponi effettuati (in questo caso sia in termini di valori giornalieri secchi sia di media settimanale):

Come vedete, dopo una lunga e veloce salita iniziata grosso modo a fine settembre, da circa un mese la curva ha iniziato a scendere: il problema è che più passano i giorni più la discesa diventa leggera (basta guardare l’andamento della curva, che si flette verso il basso con una pendenza sempre più “piatta”, anziché precipitare come tutti ci augureremmo). Questo significa, perlomeno a giudicare da questi dati, che un calo c’è, ma che la sua intensità sembra andare via via affievolendosi.

La cosa, se fosse confermata, sarebbe decisamente preoccupante, specie se messa in relazione con gli effetti più drammatici dell’epidemia: i ricoveri in terapia intensiva e i decessi.

Quanto ai primi, o meglio al saldo netto dei primi (sul punto torniamo tra pochissimo), ecco il loro andamento da inizio settembre:

Come vedete, e come abbiamo già avuto modo di riscontrare durante la prima ondata, il calo delle terapie intensive c’è, ma è molto meno veloce della precedente salita: e considerando che le terapie intensive di oggi riflettono l’andamento dell’epidemia di un paio di settimane fa, cioè quando il calo dei contagi era più pronunciato di adesso, qualche preoccupazione per il futuro mi pare più che legittima.

Anche perché, e qui veniamo a un dato nuovo, il calo del saldo netto delle terapie intensive non significa che nessuno vi viene più ricoverato, ma semplicemente che ne escono (per dimissioni o purtroppo per morte) più persone di quante ne entrino. Bene, quante ne entrano, chiederete voi? Per quanto possa sembrare incredibile, è un dato che abbiamo a disposizione solo dal 3 dicembre: e dunque è presto per fare delle stime attendibili: a partire da quel giorno e fino a ieri, tuttavia, c’era stato un calo costante degli ingressi. Oggi, purtroppo, il numero dei nuovi ricoveri è tornato ad aumentare. Il grafico qua sotto (che non può dirsi neppure un vero grafico, vista l’esiguità del periodo di tempo che prende in esame) lo mostra in modo chiaro:

Arriviamo, infine, alle note più dolorose, ovvero ai decessi. Qua il ritardo rispetto all’andamento dei contagi è ancora più ampio, diciamo da tre settimane a un mese, e la sensazione è di essere (ormai da qualche giorno, per la verità) grosso modo al picco, probabilmente all’inizio della parte discendente:

Ora, la domanda è: che succederà nei prossimi mesi se dovesse essere confermato che il calo dell’epidemia va facendosi sempre meno deciso?

Non è una domanda di poco conto, se consideriamo che di “terza ondata” si parla ormai da un po’, e che il rischio è che arrivi senza una vera soluzione di continuità rispetto alla seconda: specie alla luce del fatto che dicembre e gennaio, a detta degli esperti, sono i mesi peggiori dell’anno per i virus respiratori.

Se così dovesse essere, se non vedremo dei segnali di diminuzione più netta nei prossimi giorni, il rischio di passare dalla seconda alla terza ondata senza (quasi) accorgercene mi pare un rischio concreto. con tutto ciò che ne consegue in termini di occupazione dei reparti ospedalieri e quindi di crisi dei nostri sistemi sanitari.

Spero, naturalmente, di essere smentito: ma viste le condizioni in cui siamo, e tenuto conto che i sistemi di tracciamento di molte regioni mi sembrano assai lontani dall’essere stati recuperati, io sarei un po’ più preoccupato di come arriveremo a marzo, piuttosto che dei cenoni di natale.

Questione, come sempre, di punti di vista.

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