San Domenico di Cassino, una ghiacciaia che chiamano carcere.

San Domenico di Cassino, una ghiacciaia che chiamano carcere.

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Della Casa circondariale di Cassino, che come Consigliere regionale ho visitato nei giorni scorsi, la cosa più difficile da dimenticare sarà il freddo. Un freddo pungente e umido che penetra negli infissi, passa per i corridoi e si infila nelle celle, da cui gli ospiti si difendono con maglioni, felpe di pile e cappellini di lana e che nell’isolamento raggiunge l’apice facendosi gelo, al punto da far sembrare incredibile non soltanto che qualcuno possa viverci dentro ventiquattr’ore al giorno, ma anche che qualcun altro possa lavorarci.

Un’ora e mezza al mattino e un’ora e mezza al pomeriggio: questi gli orari di accensione dei termosifoni in una struttura che è tutta infiltrazioni e spifferi, e che sembra letteralmente cadere a pezzi. Letteralmente, dico, perché un’ala intera del carcere è sprofondata lo scorso mese di marzo, col conseguente trasferimento ad altri istituti dei detenuti che vi alloggiavano, e da allora è rimasta chiusa in attesa delle decisioni del caso su un eventuale ripristino o sulla definitiva demolizione…

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