L’orrore ridotto a farsa

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Credo che di qui in avanti sarà necessario celebrare due memorie: la memoria dell’orrore che si è materializzato in Europa settant’anni fa e la memoria della disinvoltura, della futilità, della miseria intellettuale con cui, settant’anni dopo, quell’orrore viene usato per protestare contro i vaccini durante una pandemia, manco fosse un meme da postare sui social, uno slogan divertente inventato davanti a una birra, una trovata furba con cui guadagnare attenzione.

Da oggi sarà importante celebrarle tutte e due, queste memorie, per tenere a mente che ricordare senza avere più idea delle ragioni per cui si ricorda, calpestando quelle ragioni e banalizzandole in modo ignobile, può essere peggio che dimenticare.

Guardando i cortei di manifestanti mascherati da deportati, leggendo i post sui social che paragonano i non vaccinati ad Anna Frank, ascoltando le indecenti parole d’ordine di chi grida ai ghetti, ai rastrellamenti e ai campi di concentramento mi sono perfino ritrovato a rammaricarmi del fatto che i loro protagonisti avessero memoria di quello che evocavano: perché se l’avessero dimenticato non avrebbero potuto ridurlo alla spensierata inconsapevolezza di un balletto su TikTok, di una battuta acchiappalike su Twitter, di una comparsata da cosplayer alla fiera del fumetto.

Io credo che da quest’anno sarà necessario celebrare due memorie: la memoria della Shoah e la memoria del modo in cui oggi essa viene vergognosamente strumentalizzata.

Perché gli orrori del passato non si ripetono solo quando vengono dimenticati. Ma anche, e forse soprattutto, quando vengono ricordati al solo scopo di ridurli a farsa.

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