LI SENTI ANCORA, CLARICE?

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Conosciamo bene la scena, avendola vista in decine di film, telefilm e serie tv: il serial killer telefona alla stazione di polizia per rivelare ai detective dove potranno trovare la sua nuova vittima, e a quello che risponde viene raccomandato di tenerlo al telefono e farlo parlare il più possibile, in modo da poter rintracciare la chiamata, risalire al suo telefono e catturarlo.

In italiano questa attività si chiama “prendere tempo”. Prendere tempo non tanto per prenderlo, naturalmente, ma utilizzandolo per risolvere un problema che al momento non è risolvibile: adesso non sappiamo dove si trova l’assassino, ma grazie al tempo che possiamo guadagnare (forse) riusciremo a scoprirlo.

Il lockdown durante l’esplosione di un’epidemia, se ci pensate un attimo, risponde (o dovrebbe rispondere) esattamente alla stessa logica. Conosciamo poco la malattia, non riusciamo a tracciarla, gli ospedali si saturano, le persone muoiono: e a noi serve il tempo per trovare dei rimedi, per organizzare una rete di tracciamento efficace, per aumentare i posti letto degli ospedali. Tempo che possiamo guadagnare tenendo le persone a casa, bloccando il contagio, decongestionando le terapie intensive, riducendo i decessi, insomma facendo scendere i numeri che al momento non sono gestibili.

Ora, per tornare ai film di cui parlavamo all’inizio: voi cosa pensereste se i colleghi del detective cui è toccato rispondere al serial killer, dopo averlo invitato a tenerlo al telefono e farlo parlare, invece di mettersi a rintracciare la chiamata continuassero a fare quello che stavano facendo prima? Vi meravigliereste molto, immagino. Perché quel tempo, il tempo guadagnato chiacchierando al telefono col maniaco, rimarrebbe del tutto inutilizzato, e alla fine della chiamata i poliziotti avrebbero lo stesso, identico problema che avevano all’inizio. Quel tempo, il tempo della telefonata, non sarebbe più un tempo guadagnato, un tempo “preso”, ma un tempo sprecato.

Lo stesso, mi pare, è successo durante il primo lockdown: anziché utilizzare il tempo della chiusura per riorganizzarci, per potenziare il test and tracing, per incrementare i posti in ospedale, l’abbiamo lasciato passare. E quando l’epidemia ha ripreso vigore, quando i numeri hanno ricominciato ad aumentare, ci siamo ritrovati con gli stessi, identici problemi che avevamo prima della chiusura.

Qualcuno dirà: però, a un certo punto, pareva che l’epidemia fosse finita, perché la gente non si ammalava, non veniva ricoverata, non moriva quasi più. Un po’ come se gli investigatori del nostro esempio, mentre il loro collega sta al telefono col serial killer, pensassero: be’, però il tizio in questo momento non sta ammazzando nessuno, vedrai che finita la chiamata smette del tutto e noi risolviamo il problema.

Mi pare evidente che questo non sia possibile. L’assassino, chiusa la telefonata, ha già in mente il prossimo delitto: così come l’epidemia, appena finito il lockdown, era già pronta a risalire. Lo sapevamo, malgrado i deliri di chi sosteneva che fosse finita, che non sarebbe più ricomparsa, che potessimo dimenticarcela per sempre e ricominciare a vivere come vivevamo prima, come se niente fosse.

Oggi, visti i numeri che continuano ad aumentare, c’è all’orizzonte un nuovo lockdown: e in parte quel lockdown è già arrivato, perché alcune delle misure restrittive contenute nell’ultimo Dpcm configurano, di fatto, delle chiusure, ancorché parziali. Insomma, torneremo -e in parte siamo già tornati- a prendere tempo.

Ecco, io penso che le cose debbano essere affrontate per quelle che sono, non per quelle che avrebbero potuto (o dovuto) essere: bisogna essere capaci di guardare avanti, specie in periodi di emergenza come quello che stiamo vivendo. Dunque, se un nuovo lockdown sarà necessario non sarò io a oppormici, anche se sono perfettamente consapevole che questa situazione si deve soprattutto a quello che non si è fatto e che avrebbe dovuto essere fatto.

Però sarebbe davvero imperdonabile che quel tempo, il tempo che nuovamente guadagneremo, finisse un’altra volta per diventare sprecato. Stavolta, quando il serial killer telefonerà per rilevare dove si trova la sua ennesima vittima e il povero detective lo terrà al telefono per farlo parlare, qualcuno dovrà prendersi la briga di rintracciare la chiamata, senza l’illusione che smetterà da solo. Senza scuse, perché a questo punto scuse non ce ne sono più.

Perché ormai è chiaro a tutti, mi auguro, che una volta riagganciata la cornetta l’assassino tornerà (di nuovo) a uccidere.

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