La fabbrica dei suicidi

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Il conteggio è drammatico: dall’inizio del 2022 i suicidi in carcere sono stati già 8, una media di un suicidio ogni tre giorni e un quarto che in proiezione corrisponderebbe a una cifra superiore alla spaventosa soglia dei cento suicidi l’anno.

Se si mantenesse questo ritmo (cosa che ovviamente nessuno si augura) si tratterebbe di una vera e propria escalation perfino rispetto agli anni scorsi, che hanno fatto registrare già di loro numeri enormi: dal 2000 al 2021, cioè negli ultimi ventidue anni, i detenuti che si sono tolti la vita nelle nostre carceri sono stati 1.222, corrispondenti a una media di 55 suicidi l’anno. Uno a settimana, tanto per capirci, senza considerare (perché non è materialmente possibile tenerne il conto) tutti i tentativi di suicidio non riusciti perché sventati dall’intervento della polizia penitenziaria o dei compagni di cella.

Il carcere è (letteralmente) una fabbrica di suicidi, tantopiù in questo periodo storico, nel quale le restrizioni legate al Covid hanno ulteriormente ridotto le attività trattamentali (che in diversi istituti erano già scarse), le occasioni di socialità, i contatti con l’esterno, e nonostante i programmi di prevenzione del rischio suicidario attivi ormai da anni nei nostri istituti penitenziari.

Ora, io penso che sia il caso di chiedersi una volta per tutte se questi episodi ricorrenti siano frutto dell’insufficiente attuazione di quei programmi, del sovraffollamento e delle condizioni di vita particolarmente difficili che contraddistinguono alcune strutture (ce ne sono di indecenti), cioè se essi dipendano della specificità e dalla particolarità di alcune situazioni singole, o se piuttosto siano una conseguenza inevitabile del carcere, un suo portato strutturale, un esito che anche volendo non sarebbe possibile scongiurare.

Io, che in carcere sono stato più di quaranta volte negli ultimi quattro anni, propendo per la seconda ipotesi.

Naturalmente questo non significa che la situazione delle nostre carceri non possa (e anzi non debba) essere migliorata, né che migliorarla sarebbe inutile per contenere l’entità di fenomeni drammatici come quello dei suicidi: vuol dire però, a mio avviso, che la privazione della libertà porta con sé una demolizione, un annientamento, un azzeramento delle persone che sono impossibili da eliminare del tutto, anche garantendo loro condizioni di vita migliori.

Questa demolizione, questo annientamento, questo azzeramento servono a qualcosa? Sono utili a ottenere lo scopo che ci prefiggiamo, cioè evitare che chi ha compiuto un reato lo faccia di nuovo? Oppure, come a me pare, sono soltanto degli strumenti di punizione e di vendetta fini a se stessi?

Io penso che sia arrivato il momento di farcele, queste domande, al di là dei nostri automatismi, delle frasi fatte che ci hanno ripetuto per decenni, dei luoghi comuni di cui siamo (tutti) imbevuti: e di mettere finalmente in discussione il concetto di carcere così come lo conosciamo.

L’alternativa è continuare, senza colpo ferire, a tenere questo conteggio dei suicidi che non servono a nessuno.

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