Il pride, i diritti lgbt e i diritti di tutti

Oggi due o tre giornalisti mi hanno chiesto perché nel 2019 è ancora importante andare al Pride.
La mia risposta, per le consuete ragioni di tempo, è stata sempre quella più immediata: cioè che non è questione di “ancora”, ma di “proprio”. È importante andare al Pride, ho risposto, “proprio” nel 2019. Proprio oggi. Perché oggi, in Italia, stiamo vivendo un’epoca in cui i diritti delle persone subiscono un attacco frontale che non esito a definire senza precedenti.
Ma la verità è che c’è molto di più.

Andare al Pride è importante per capire che non siamo soli a combattere certe battaglie, e per far capire agli altri che non sono soli anche grazie a noi.
Andare al Pride è importante per dimostrare che la lotta politica si può fare col sorriso, con la musica, con l’allegria: e che il sorriso, la musica, l’allegria possono essere più forti delle invettive, dell’intolleranza, dell’odio.
Andare al Pride è importante soprattutto perché i diritti lgbt sono i diritti di tutti. Anche quelli degli eterosessuali.

Io non vado al Pride per solidarietà verso chi è discriminato. Non vado al pride per simpatia. Non vado al Pride per chissà quale sensibilità nei confronti del prossimo.
Ci vado perché finché qualcuno è discriminato sono (non mi sento, sono) discriminato anch’io. Ci vado perché lo stato di diritto non è una cosa che si può smontare e rimontare a pezzi, ma una cosa che o c’è tutta o non c’è per niente. Ci vado per raccontare, insieme a tutti gli altri, lo stato di diritto in cui voglio vivere. Ci vado per difendere, insieme ai diritti degli altri, anche i miei.

Sarà una battaglia lunga e faticosa: ma se la vinceremo vorrà dire che saremo stati capaci di combatterla insieme.
In caso contrario non potremo che perderla.
Tutti.

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