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Alessandro Capriccioli

il mio blog

Che succede nel carcere di Viterbo? Il podcast. Settima puntata

Sette: Il confronto

Dopo l’omicidio di un detenuto in cella, il Consiglio comunale di Viterbo convoca una seduta straordinaria per discutere della situazione, e io rispondo a chi mi accusa di “infangare” il lavoro degli agenti.

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Le carceri sono luoghi per i cittadini che hanno meno possibilità degli altri

Fateci caso: quando uno dice che le carceri sono in buona sostanza delle discariche sociali, in cui finiscono soprattutto i più poveri e quelli che hanno avuto meno opportunità degli altri, spunta subito fuori qualche fenomeno che lo accusa di buonismo.
Senonché, siccome i numeri parlano in modo molto più efficace delle opinioni, oggi sono andato a prendermi un po’ di dati: in particolare, quelli relativi ai titoli di studio della popolazione maschile italiana aggiornati al 31 dicembre (dati Istat) e quelli relativi ai titoli di studio dei detenuti italiani che soggiornavano nelle nostre carceri alla stessa data (dati Ministero della Giustizia).
Ne è venuto fuori un grafico molto eloquente: i laureati rappresentano il 13% nel paese, ma solo il 2% nelle carceri; quelli che hanno solo la licenza elementare sono il 13% nella popolazione generale, ma negli istituti penitenziari diventano il 24%, cioè quasi un quarto del totale; tre quarti della popolazione carceraria maschile ha un titolo di studio che non supera la licenza media.
Le carceri sono luoghi riservati ai cittadini che hanno meno possibilità degli altri: quelli meno istruiti, con meno prospettive, con un reddito inferiore.
Il carcere, nei grandi numeri, è un luogo riservato ai disgraziati.
Lo dicono le statistiche, non i buonisti.

 

Mammagialla di Viterbo, il carcere dei suicidi e delle denunce di pestaggi.

Il mio articolo per Il Riformista

Il carcere di Viterbo è un carcere “punitivo”. Letta così, potrebbe sembrare la denuncia di un detenuto o di un attivista per i diritti civili. Invece è una delle prime cose che mi viene detta dalla direzione e dal personale del Mammagialla quando, ormai più di un anno fa, ci metto piede per la prima volta. Siamo nell’ottobre del 2018, e il carcere di Viterbo si appresta a chiudere un anno letteralmente drammatico. Il 21 maggio, nell’isolamento, si è suicidato Andrea Di Nino, 36enne romano. Il 23 luglio, sempre in isolamento, si è impiccato Hassan Sharaf, 21 anni e solo una manciata di giorni da scontare, poi morto in ospedale dopo una settimana di coma. Io sono là proprio a seguito di questi fatti, per comprendere la situazione di un carcere che si presenta inequivocabilmente come un luogo difficile. E questa, la qualifica del carcere come luogo “punitivo”, è una delle prime cose che mi riferiscono quelli che ci lavoravano dentro. Lamentandosene, perché a loro dire è proprio a causa di quella “fama” che al Mammagialla confluiscono solo i detenuti più turbolenti, tra cui molti affetti da disturbi psichiatrici, grazie a quelli che in gergo tecnico si chiamano «trasferimenti per ordine e sicurezza».

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Ventotene, luogo della memoria

L’isola di Ventotene è un luogo di importanza cruciale, perché incarna l’idea stessa di Europa. Proprio lì un gruppo di folli sognatori, durante la seconda guerra mondiale, ha concepito il manifesto per un’Europa libera e unita, quando uno scenario del genere non era neanche lontanamente ipotizzabile.
Questa mattina la Commissione Affari europei, da me presieduta, ha incardinato una mia proposta di legge che riconosce Ventotene come luogo della memoria: credo che proteggere un patrimonio di tale importanza, e rilanciarlo come luogo simbolo dell’Europa federale, sia un passo dovuto da parte della Regione Lazio, sopratutto in un periodo storico difficile come questo.

Che succede nel carcere di Viterbo? Il podcast. Sesta puntata

Sei: Qualcosa si muove

Il mondo dell’informazione, finalmente, si interessa del Mammagialla. E a febbraio del 2019, durante la trasmissione “Popolo sovrano”, spunta qualche (drammatico) elemento in più.

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Una cazzata demagogica

Guardate bene il primo grafico, quello con le barrette rosse e lo sfondo nero: e tenete conto che sono dati Eurostat, non farneticazioni di un Capriccioli qualunque.
Dice, questo grafico, che in Italia il tasso di omicidi volontari ogni 100mila abitanti è tra i più bassi d’Europa: meglio di noi, ma di pochissimo, solo Lussemburgo, Norvegia e Svizzera, mentre altri paesi europei hanno un tasso di omicidi che è quattro, sette, addirittura nove volte il nostro.
Tutto chiaro? Bene, ora guardate il secondo grafico, quello con lo sfondo bianco e la tabellina sotto.
Il secondo grafico, e i numeri che lo esplicitano, dicono che in Italia, dal 2008 al 2017, il tasso di omicidi volontari si è quasi dimezzato (0,61 per 100mila abitanti oggi contro 1,05 per 100mila abitanti 10 anni fa).
Cosa desumiamo dalla lettura di questi dati?
Desumiamo che il racconto di un paese che diventa sempre più violento e più pericoloso, il racconto dell’emergenza sicurezza, il racconto secondo cui sarebbe diventato un rischio perfino uscire di casa è, per usare una parola inequivocabile, una cazzata demagogica che non ha nulla a che vedere con la realtà.
I dati, i numeri, dicono che siamo tra i tre o quattro paesi più sicuri del continente più sicuro del mondo.
Il resto è fuffa.

(Grazie a Roberto Cicciomessere per i dati, le tabelle e la lucidità con cui ci aiuta a guardare le cose)

Che succede nel carcere di Viterbo? Il podcast. Quinta puntata

Cinque: Giuseppe De Felice

L’8 dicembre del 2018 la moglie di un detenuto nel carcere di Viterbo denuncia che suo marito ha subito delle percosse. Io torno al Mammagialla per ascoltare il racconto dalla sua voce.

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Approvata la mozione per mettere in sicurezza l’ex carcere di Santo Stefano

Questo pomeriggio il Consiglio regionale del Lazio ha approvato una mozione a mia prima firma che impegna la Giunta e il presidente della Regione ad attivarsi presso il Governo italiano e il Mibact affinché i fondi già stanziati con delibera del 1° maggio 2016 dal Cipe, che ammontano a 70 milioni di euro, vengano utilizzati e si provveda al più presto alla manutenzione e alla messa in sicurezza dell’ex carcere di Santo Stefano e dei luoghi limitrofi, per evitare ulteriori danni strutturali che ne comprometterebbero definitivamente il valore. Nella struttura, già dal 1799, sono stati segregati i liberali insorti durante i primi moti rivoluzionari di Napoli e i patrioti italiani Luigi Settembrini e Silvio Spaventa. Sul finire del 1800 l’ergastolo fu usato per rinchiudervi gli anarchici che attentarono alla vita del re Umberto I, tra questi Pietro Acciarito e dopo soli due anni l’anarchico Gaetano Bresci. Durante il ventennio fascista, con le leggi speciali del 1926, vi sono stati rinchiusi molti antifascisti come Sandro Pertini e Umberto Terracini.
Non si tratta soltanto di un unicum di enorme valore architettonico, ma di un luogo di straordinaria importanza per la storia e la cultura del nostro paese.
Il prossimo passo sarà riconoscere Ventotene come luogo della memoria, attraverso una proposta di legge che ho già depositato: mai come in questo periodo storico è importante rilanciare, anche attraverso la tutela dei luoghi, l’idea di Europa e il sogno che essa porta con sé.

Legalizzare è l’unica strada

Sareste capaci, in un colpo solo: 1) di inguaiare migliaia di giovani, 2) di intasare il sistema giudiziario di un intero paese, 3) di impedire la nascita di centinaia di imprese, 4) di negare il diritto di curarsi a migliaia di malati e 5) di regalare un mercato miliardario alle mafie?
Sarebbe un’impresa difficilissima.
Eppure in Italia questa impresa è riuscita, e si chiama proibizionismo sulla cannabis.
Oggi, a Piazza Montecitorio, ci siamo trovati in tanti per ripeterlo al Parlamento.
Legalizzare è l’unica strada ragionevole, da tutti i punti di vista.
Il resto è propaganda che non può stare in piedi.