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Alessandro Capriccioli

il mio blog

Decreto sicurezza bis for dummies

Siccome si parla molto del cosiddetto “Decreto sicurezza bis”, e poiché trovo che parlare con un minimo di cognizione di causa sia sempre utile, ho pensato di leggerlo, di andarmi a cercare le norme che modifica, che integra e che abroga e perciò di capire, per grandi linee ma in modo completo, cosa prevede.
Eccovi, quindi, un riassunto di quello che ho potuto capire: se avete cose da aggiungere, particolari da rettificare o commenti da fare, ovviamente, siete i benvenuti.

LE PREMESSE

Sono quelle che non legge mai nessuno (o perlomeno che leggono in pochi): eppure sono importanti, perché definiscono il perimetro politico, oltreché giuridico, nel quale una norma, qualsiasi norma, viene concepita.
Il caso di questo decreto non fa eccezione: già dalle premesse, infatti, si respira a pieni polmoni l’atmosfera di “emergenza” di cui il racconto salviniano ha bisogno come il pane. Si parla di straordinaria necessità e urgenza “di rafforzare il coordinamento investigativo in materia di reati connessi all’immigrazione clandestina“, “di garantire più efficaci livelli di tutela della sicurezza pubblica“, “di rafforzare le norme a garanzia del regolare e pacifico svolgimento di manifestazioni in luogo pubblico“, “di potenziare l’efficacia delle disposizioni in tema di rimpatri“, “di rafforzare gli strumenti di contrasto dei fenomeni di violenza in occasione delle manifestazioni sportive“.
Dite la verità: non respirate anche voi l’aria di un paese nel quale è pericoloso perfino uscire di casa? Non percepite l’angoscia dell’invasione che vi attanaglia? Non sentite l’odore dei lacrimogeni, il rumore del piombo, il tumulto di un posto in cui la violenza è ormai fuori controllo ed è cruciale porvi un freno?
Ecco, le premesse sono queste: e disegnano un paese immaginario, creato a uso e consumo di chi ha un disperato bisogno di presupposti per reprimere, per chiudere, per vietare.
Il resto viene da sé. E ve lo sintetizzo nei quattro capitoli che seguono.

L’IMMIGRAZIONE (ARTICOLI DA UNO A CINQUE)

Il Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della difesa, con il Ministro delle infrastrutture e con il Ministro dei trasporti, può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica o se il carico e lo scarico delle persone sono effettuati in violazione delle leggi sull’immigrazione vigenti.

Se viene violato il divieto di ingresso (e pure di transito o sosta) nelle acque territoriali italiane, al comandante, all’armatore e al proprietario della nave si applica a ciascuno di essi (mica a uno solo) una sanzione amministrativa da 10mila a 50mila euro. In caso di reiterazione commessa con la stessa nave, si applica anche la  confisca della nave stessa con immediato sequestro cautelare.

Inoltre, si estende alle fattispecie associative realizzate al fine di favorire l’immigrazione clandestina la competenza delle procure distrettuali e la disciplina delle intercettazioni preventive.

Poi c’è il capitolo delle operazioni sotto copertura, anche (toh) con riferimento al contrasto del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Vengono stanziati 3 milioni di euro in tre anni per pagare operatori di polizia di altri stati con cui siano stati stipulati accordi per il loro impiego sul territorio nazionale. Le risorse verranno prelevate da una parte delle risorse destinate (indovinate un po’?) al fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.

Infine, i gestori di alberghi, campeggi e bed & breakfast, che erano già obbligati a comunicare alla questura le generalità delle persone alloggiate entro 24 ore, devono farlo immediatamente in caso di soggiorni non superiori alle 24 ore.

LE MANIFESTAZIONI IN LUOGO PUBBLICO (ARTICOLI SEI E SETTE)

La sanzione per chi indossa caschi o altri strumenti atti a nascondere il volto viene aumentata fino alla reclusione da 2 a 3 anni e all’ammenda da 2mila a 6mila euro se il fatto è commesso durante manifestazioni pubbliche. Rimane la reclusione da uno a due anni e l’ammenda da mille a duemila euro per chi commette il fatto in luogo pubblico o aperto al pubblico, ma al di fuori delle manifestazioni.

Inoltre, per chi durante manifestazioni pubbliche lancia o “utilizza illegittimamente in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose” razzi, bengala, mazze, bastoni e simili viene introdotta la reclusione da 1 a 4 anni.

Inoltre, i reati di violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, resistenza a un pubblico ufficiale e violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario vengono puniti con pene aumentate se commessi durante manifestazioni pubbliche.

La pena per chi causa l’interruzione di pubblico servizio, pari a 1 anno di reclusione, viene aumentata a 2 anni di reclusione se avviene durante manifestazioni pubbliche.

Il saccheggio e la devastazione, già puniti con la reclusione da 8 a 15 anni (e già legato a esperimenti repressivi inquietanti), sono puniti con pene aumentate non solo se riguardano armi, munizioni e viveri, ma anche se sono posti in essere durante manifestazioni pubbliche.

Infine, la pena per chi danneggia cose altrui (mobili o immobili), attualmente da 6 mesi a 3 anni, farà un salto di qualità (da uno a 5 anni) se il danneggiamento avviene durante manifestazioni pubbliche.

VARIE, EVENTUALI E ANCORA IMMIGRAZIONE (ARTICOLI DA OTTO A DODICI) 

Il Ministero della giustizia è autorizzato ad assumere, per il biennio 2019-2020, fino a 800 persone per smaltire l’arretrato relativo a procedimenti di esecuzione delle sentenze penali di condanna e per assicurare la piena efficacia dell’attività di prevenzione e repressione dei reati. Le risorse necessarie, pari a circa 28 milioni, verranno prelevate dal fondo per il federalismo amministrativo.

Si proroga al 31 dicembre 2019 la scadenza per l’adozione, da parte del governo, di uno specifico regolamento per individuare le modalità di attuazione dei principi del Codice in materia di protezione dei dati personali in tema di trattamento dei dati effettuato per le finalità di polizia dal Centro elaborazioni dati (CED) del Dipartimento della pubblica sicurezza e da organi, uffici o comandi di polizia.

Per le esigenze di sicurezza connesse allo svolgimento dell’Universiade Napoli 2019, si aumenta il personale delle forze armate per la vigilanza a siti e obiettivi sensibili di 500 unità. Le risorse necessarie verranno prelevate dal fondo per il federalismo amministrativo.

Viene istituito, nell’ambito della cooperazione internazionale, un fondo di premialità per i paesi che collaborano nella riammissione dei soggetti irregolari presenti sul territorio nazionale. La dotazione iniziale del fondo, pari a 2 milioni di euro, potrà essere aumentato fino a 50 milioni di euro l’anno, utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

VIOLENZA NEGLI STADI, COMPRESI I BAGARINI (ARTICOLI DA TREDICI A DICIASSETTE)

Oltre ai casi già previsti, si estendono i casi in cui il Questore può disporre il Daspo e si prevede che esso può essere disposto anche per le manifestazioni sportive che si svolgono all’estero.

La durata minima del Daspo per i recidivi, fino a oggi da 5 a otto anni, diventa da 6 a 10 anni, così come il periodo massimo di durata della misura per chi viola il divieto, che passa da 8 a 10 anni.

Inoltre, per chiedere la cessazione del Daspo dopo 3 anni non basterà aver dato prova di buona condotta, ma occorrerà aver risarcito i danni prodotti e collaborato con la polizia per l’individuazione degli altri responsabili.

Il fermo di indiziato di delitto al di fuori dei limiti di cui all’articolo 384 del Codice di procedura penale viene esteso a coloro che risultino gravemente indiziati di un delitto commesso in occasione o a causa di manifestazioni sportive.

Inoltre, si rende permanente la disciplina dell’arresto differito (cioè dell’arresto non solo in flagranza di reato, ma anche fino alle 48 ore successive, sulla base delle immagini fotografiche e dei video) per determinati reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.

Tra le ipotesi di aggravanti dei reati viene aggiunto l’avere commesso il fatto in occasione o a causa di manifestazioni sportive o durante i trasferimenti da o verso i luoghi in cui esse si svolgono:  specularmente, dai casi in cui la punibilità è esclusa per particolare tenuità e non abitualità del comportamento vengono esclusi i delitti, con pena massima superiore a due anni e mezzo, commessi in occasione di manifestazioni sportive.

Infine, vengono inasprite le sanzioni che reprimono il fenomeno della rivendita abusiva dei biglietti (il cosiddetto “bagarinaggio”), eliminando il riferimento ai luoghi in modo da colpire qualunque vendita non autorizzata, anche quelle per via telematica.

CONCLUSIONI (E AVVERTENZE)

A questo punto qualcuno dirà: beh, guarda, sull’immigrazione hai pure ragione. Ma sul resto? Cos’è, ti piace la gente che va a menare le mani alle manifestazioni? Sei amico di chi fa le risse allo stadio? Prendi la stecca dai bagarini?
Ovviamente no. Ovviamente sono comportamenti che non mi piacciono, e che trovo giusto sanzionare.
Il punto, però, è che queste condotte erano già punite, e il decreto le punisce  in modo più severo, Inasprisce le pene. Aumenta le aggravanti.
Ecco, perché? Voglio dire, in Italia c’è un’emergenza manifestazioni? Siamo alla mercé di bande scatenate che impediscono ai cittadini di uscire di casa? La nostra economia è in ginocchio a causa di chi vende i biglietti falsi?
Di nuovo: ovviamente no.
Se non nel racconto salviniano, appunto. Che si nutre di un’emergenza immaginaria per produrre nuovi divieti, nuovi reati, nuove pene. Altri processi. Altre persone in carcere. Ancora più sovraffollamento nelle carceri. Ulteriore lentezza di una giustizia ingolfata. E contestualmente, per tornare all’immigrazione, altre discriminazioni. Altre persone escluse. Altro dolore. Altri morti.

Un vero e proprio capolavoro al contrario. O almeno, a me sembra così. Poi ditemi voi.

La manipolazione delle parole e della realtà

Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usarle“.

Così ebbe a dire Philip K. Dick, uno che di distopia (per usare un termine piuttosto in voga) se ne intendeva.
Ora, si può discutere se i tempi che viviamo siano o non siano il prologo di un futuro “distopico”: ma al di là di questo non si può negare che nel nostro paese un processo massivo di manipolazione delle parole sia in atto già da un pezzo.
Prendete, ad esempio, la questione della cosiddetta “difesa sempre legittima“: con cui, a ben guardare, si mira a giustificare e legalizzare una serie di situazioni che con la “difesa” hanno ben poco a che fare.
Rappresentano una difesa, in italiano, tutti gli atti che si compiono per scampare a un pericolo e garantirsi l’incolumità. Ci si difende, banalmente, da qualcosa che ci viene contro: un tizio che ci vuole picchiare, il freddo, una denuncia, l’influenza.
Sparare a un ladro che sta scappando, con ogni evidenza, non rappresenta una “difesa”, ma il suo esatto contrario: un’offesa. Inquadrata in un contesto senza dubbio particolare, ma pur sempre un’offesa: cioè un atto compiuto non verso qualcosa che ci viene contro e ci mette in pericolo, ma nei confronti di qualcosa (qualcuno) che procede nella direzione diametralmente opposta. Che si allontana, letteralmente, da noi, sia pure dopo averci fatto un danno.
Lo slogan “la difesa è sempre legittima”, dunque, serve paradossalmente a legittimare l’atto ostile che della difesa dovrebbe essere il presupposto: al punto che l’unica difesa legittima, in una situazione del genere, dovrebbe essere considerata quella eventualmente posta in essere dal ladro per difendersi, malgrado il contesto in cui si svolgono i fatti, da uno che gli sta sparando da un balcone.
E’ proprio questa la manipolazione di cui parlava Dick. Quella per cui una parola viene usata per raccontare il suo contrario e che corrisponde, con ogni evidenza, a una deformazione della realtà: quando l’offesa viene chiamata difesa, si inizia automaticamente a offendere.
Forse, come dicevo, questo processo è il prologo di un futuro distopico.
O forse nel futuro distopico ci siamo già dentro.

Visita al carcere di Latina

Questa mattina il collega Enrico Forte e io siamo stati in visita alla casa circondariale di Latina, accompagnati dalla direttrice Nadia Fontana.
Abbiamo riscontrato molte criticità, a partire dalla vetustà della struttura, trattandosi di un edificio degli anni ’30.
Nonostante gli sforzi dell’amministrazione di far fronte, con le poche risorse disponibili, a tutti i problemi, le difficoltà sono evidenti: il sovraffollamento, il problema delle persone con problemi psichiatrici (dovuto alla carenza di strutture preposte e comune a molti istituti della regione), la difficoltà di reinserire i detenuti all’interno del tessuto sociale una volta espiata la pena, che si traduce quasi sempre in recidive e rientri tra le mura del carcere.
Per risolvere almeno in parte questi problemi, oltre a un ricorso molto più esteso alle misure alternative, sarebbe importante avviare un percorso che porti alla dismissione della struttura attuale in favore di una nuova.
Questo sarebbe un passo molto importante non solo per Latina, ma anche per tutta la regione, dal momento che il Lazio è la quarta regione italiana in termini di popolazione carceraria, con un tasso di sovraffollamento superiore alla media del paese.

Il pride, i diritti lgbt e i diritti di tutti

Oggi due o tre giornalisti mi hanno chiesto perché nel 2019 è ancora importante andare al Pride.
La mia risposta, per le consuete ragioni di tempo, è stata sempre quella più immediata: cioè che non è questione di “ancora”, ma di “proprio”. È importante andare al Pride, ho risposto, “proprio” nel 2019. Proprio oggi. Perché oggi, in Italia, stiamo vivendo un’epoca in cui i diritti delle persone subiscono un attacco frontale che non esito a definire senza precedenti.
Ma la verità è che c’è molto di più.
Andare al Pride è importante per capire che non siamo soli a combattere certe battaglie, e per far capire agli altri che non sono soli anche grazie a noi.
Andare al Pride è importante per dimostrare che la lotta politica si può fare col sorriso, con la musica, con l’allegria: e che il sorriso, la musica, l’allegria possono essere più forti delle invettive, dell’intolleranza, dell’odio.
Andare al Pride è importante soprattutto perché i diritti lgbt sono i diritti di tutti. Anche quelli degli eterosessuali.
Io non vado al Pride per solidarietà verso chi è discriminato. Non vado al pride per simpatia. Non vado al Pride per chissà quale sensibilità nei confronti del prossimo.
Ci vado perché finché qualcuno è discriminato sono (non mi sento, sono) discriminato anch’io. Ci vado perché lo stato di diritto non è una cosa che si può smontare e rimontare a pezzi, ma una cosa che o c’è tutta o non c’è per niente. Ci vado per raccontare, insieme a tutti gli altri, lo stato di diritto in cui voglio vivere. Ci vado per difendere, insieme ai diritti degli altri, anche i miei.
Sarà una battaglia lunga e faticosa: ma se la vinceremo vorrà dire che saremo stati capaci di combatterla insieme.
In caso contrario non potremo che perderla.
Tutti.

I ragazzi in commissione affari europei

Cambiamenti climatici, sostenibilità, mercato digitale, comunicazione dell’Europa.
Ieri i ragazzi che parteciperanno al seminario di Ventotene hanno scelto i loro temi prioritari tra quelli compresi nel programma di lavoro della Commissione europea per il 2019.
Lo hanno fatto durante una simulazione di seduta della Commissione affari europei che ho avuto il grande piacere di presiedere al Consiglio regionale del Lazio.
Porterò questi suggerimenti, che vengono da chi l’Europa la vive fin dalla nascita, nella prossima seduta di Commissione, in cui Approveremo proprio la risoluzione sul programma di lavoro della Commissione europea.
Grazie ai ragazzi, e buona Europa a tutti!

Incardinata la nuova legge sulla cooperazione

Questo pomeriggio abbiamo incardinato in II Commissione la legge sulla cooperazione allo sviluppo presentata da Michela Di Biase e da me. Inizia un percorso che ci porterà a essere la seconda regione italiana (dopo il Veneto) che si adegua alla normativa nazionale su un tema così importante.
Dalla settimana prossima inizieremo un ciclo di audizioni, per raccogliere le osservazioni e i suggerimenti di chi si occupa di cooperazione sul campo.
Insomma, per la nostra regione si apre un capitolo davvero importante, che faremo di tutto per portare a compimento nel migliore dei modi.

Cosa è mancato (e cosa manca) a +Europa

In estrema sintesi, penso che a +Europa siano mancate -e a tutt’oggi continuino a mancare- due cose molto più importanti dello zeronove che le avrebbe consentito di arrivare al quattro per cento.

1. Il dibattito.
È la pratica quotidiana e non formale del confronto tra idee diverse e la sintesi di quelle idee in proposte e obiettivi a fare la differenza tra un movimento politico e una mera lista elettorale: tantopiú che dalle nostre parti di idee diverse ce ne sono, e neanche poche.
Si tratta di scegliere se trasformare quelle differenze in un punto di forza, facendo in modo che il partito sia prima di tutto una sede di dibattito politico, o lasciare che senza un luogo di sintesi diventino elementi di divisione e di debolezza.
Fino a oggi +Europa è stato tutto fuorché questo: ed è una mancanza che non può più essere sacrificata in nome di altre -supposte- urgenze.

2. L’iniziativa politica.
Senza un’esplicita e convinta vocazione all’iniziativa politica qualsiasi movimento finisce inevitabilmente per vivere soltanto in funzione delle scadenze elettorali, cosa che lo riduce -di nuovo- a una lista: e in questo modo rinuncia a utilizzare le elezioni come ulteriori occasioni di azione e di mobilitazione, relegandole al ruolo di mera “conta”. Mi verrebbe da dire, usando un’espressione triviale ma efficace, che in mancanza di iniziativa politica l’unica dimensione di confronto rimane la gara a chi “ce l’ha più lungo”: se non fosse che questo è il modo perfetto per avercelo, per restare nella metafora, sempre più corto. Tutti.

Senza dibattito e senza iniziativa politica tutto ciò che rimane, tutto ciò che materialmente può rimanere, sono le posizioni: la lotta politica si riduce a una perenne, endemica battaglia elettorale, e la battaglia elettorale si riduce a sua volta a una guerra di posizione che non è in grado di spostare l’inerzia delle forze in campo, ma si limita a misurarle.
Adesso si tratta di scegliere: o si decide che gli obiettivi di +Europa debbano essere molto più ambiziosi di una serie infinita di conte e molto più politici di un ventaglio di posizioni, nel qual caso si può (tentare di) giocare un ruolo potenzialmente in grado di incidere nell’agenda del paese; oppure ci si rassegna al gioco dei posizionamenti e dell’occupazione degli spazi, che tuttavia rimane un’operazione bidimensionale, a cui manca del tutto la profondità rappresentata, appunto, dalla dimensione politica.

Tutto questo, naturalmente, implica la necessità di una leadership disponibile a incarnarlo: ma non bisogna neppure illudersi che questa condizione, obiettivamente necessaria, sia al tempo stesso sufficiente.
Penso ancora che lo spazio e l’opportunità di riguadagnare -meglio: di guadagnare- una dimensione politica compiuta ci siano: o si decide, tutti, di praticarli, oppure finiremo sempre per contare lo zeronove che ci manca.
Operazione che, di per sé, mi interessa molto poco.

Per la prima volta il Consiglio in sessione europea

Questa mattina il Consiglio regionale del Lazio ha affrontato per la prima volta la sessione europea, ovvero un consiglio straordinario sull’Europa, sulle azioni messe in campo dalla Giunta e dal Consiglio in ambito europeo e sulle iniziative da intraprendere per avvicinare l’Unione europea ai territori: si è trattato di un momento di confronto molto importante per impostare il lavoro dei prossimi mesi.
Come Commissione, in questo anno di lavoro, abbiamo affrontato molti temi, con l’obiettivo di partecipare attivamente agli atti e alle politiche dell’Ue, di recepirne al meglio le indicazioni e di promuovere tra i cittadini la cittadinanza e la storia delle istituzioni europee. Oltre a ciò, abbiamo provveduto a riformare la legge europea del Lazio, adeguandola alle necessità emerse dopo tre anni dalla sua approvazione, e abbiamo istituito la Settimana della cultura europea, dal 9 al 16 maggio di ogni anno, chiudendone idealmente la prima edizione proprio con questo consiglio. L’Europa è fatta soprattutto dalle comunità locali che la compongono”, conclude Capriccioli. “Per questo auspichiamo che occasioni di dibattito e di confronto come quella di oggi siano sempre più frequenti. Perché la nostra regione sia sempre più, e in modo sempre più consapevole, una regione pienamente europea.

Dalla regione ok al drug checking

Oggi il Consiglio regionale del Lazio ha approvato una mozione a mia prima firma che impegna la Giunta a istituire servizi di drug checking su tutto il territorio della Regione: consentire ai giovani di conoscere le sostanze che stanno per assumere, rendendoli pienamente consapevoli e perciò responsabilizzandoli, è un modo efficace per combattere i rischi connessi all’uso delle nuove sostanze psicoattive (NSP)Si tratta, in pratica, di prevedere presidi, vicini a luoghi strategici come quelli del divertimento notturno, all’interno dei quali i ragazzi possano portare le sostanze che stanno per consumare per conoscerne in tempo reale la composizione effettiva. Le sperimentazioni di questo strumento, già effettuate in quattro paesi europei (Italia, Germania, Portogallo e Slovenia), hanno portato risultati molto importanti: i dati dicono che circa 1 persona su 3, tra quelle che hanno usufruito del servizio, stava per consumare una sostanza diversa rispetto all’atteso, e soprattutto che il 51% di chi ha scoperto di essere in possesso di sostanze non desiderate ha deciso di non consumarle. Si tratta quindi non soltanto di uno strumento di riduzione del danno, che si andrà ad aggiungere a quanto già fatto dalla Regione su questo fronte, ma anche di una misura di prevenzione. Siamo convinti che il modo migliore per affrontare un fenomeno come quello dell’uso di sostanze stupefacenti sia responsabilizzare chi decide di utilizzarle, attraverso l’informazione e il dialogo, anziché continuare a puntare su modelli repressivi i cui risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti.