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Alessandro Capriccioli

il mio blog

Sgombero di Primavalle: una surreale prova di forza

Non credo di aver mai visto dal vivo nulla di simile a quello a cui ho assistito per tutta la notte, fino a pochi minuti fa, durante lo sgombero di via Cardinal Capranica.
Uno spiegamento di forze ciclopico, con decine di blindati, elicotteri, idranti che hanno di fatto chiuso, circondandolo spanna a spanna, un intero quartiere. Tensione sia dentro l’immobile occupato, nel quale a quanto pare sono presenti 70/80 minori, sia fuori, con agenti in assetto antisommossa per fronteggiare i manifestanti, imbottigliati in una strada stretta e lunga come un imbuto e senza vie di fuga.
Una dimostrazione di forza muscolare surreale, spropositata, rivendicata ed esibita al massimo livello possibile: rispetto alla quale qualsiasi invito alla ragionevolezza e al dialogo rischia di apparire inutile.
Eppure a quell’invito, malgrado tutto, non si può e non si deve rinunciare. Ci sarebbe ancora tempo e modo di fermarsi, fare un passo indietro e affrontare la questione in modo diverso.
Ciascuno, a partire dal ministro Salvini, adoperi il massimo della responsabilità per fare in modo che ciò possa accadere.

La proposta di settemila cittadini per i rifiuti

Oggi settemila cittadini hanno detto a Virginia Raggi come risolvere il caos dei rifiuti a Roma. Gliel’hanno detto attraverso l’iniziativa di Radicali Roma nelle strade e nelle piazze della città e lo hanno fatto in modo chiaro, per punti e per obiettivi, senza possibilità di equivoco.
Ora la Sindaca ha una grande possibilità: quella di ascoltare quei cittadini e calendarizzare subito la delibera Ripuliamo Roma, senza neppure aspettare i sei mesi che la legge le concede.
Ignorare le loro voci, data la situazione che stiamo vivendo, sarebbe davvero irresponsabile.

Approvata la legge sulla cooperazione allo sviluppo

Oggi, in consiglio, abbiamo approvato la legge sulla cooperazione allo sviluppo, di iniziativa di Michela Di Biase e mia, che ci rende la seconda regione italiana dopo il Veneto ad allinearsi alla nuova normativa nazionale (legge 125 del 1 agosto 2014).
Siamo orgogliosi di poter dire che in questo difficilissimo momento politico la Regione Lazio ritiene la cooperazione allo sviluppo un’attività non marginale, su cui è necessario investire per far sì che assuma un ruolo strategico.
Per comprendere l’importanza di questa legge bisogna partire dai limiti che caratterizzano l’attività di cooperazione allo sviluppo svolta in modo tradizionale: innanzitutto il centralismo, cioè il fatto che tutte le decisioni vengono prese in pochissime sedi centrali senza il coinvolgimento dei soggetti locali, e in secondo luogo l’assistenzialismo, cioè la tendenza a promuovere interventi che invece di formare capacità alimentano la dipendenza e la passività dei beneficiari.
Con questa legge, oltre a valorizzare il ruolo centrale delle ong, abbiamo voluto ribadire l’importanza della cooperazione decentrata, che prevede la partecipazione diretta degli individui, sia dei paesi cooperanti sia dei paesi beneficiari, per garantire uno sviluppo reale e sostenibile nel tempo.
Mai come oggi è vitale rendere autentico il significato dello slogan “aiutiamoli a casa loro”, strumentalizzato ad arte come alternativo al concetto di integrazione ma in realtà complementare all’accoglienza, che a sua volta dev’essere incrementata.
Solo così, “aiutandoli a casa nostra e anche a casa loro”, sarà possibile influire sulla politica e produrre cambiamenti virtuosi nella società.

Al via la legge contro il caporalato

Oggi, in Commissione Lavoro, è iniziato l’iter di approvazione della legge contro il caporalato.
Si tratta di un provvedimento importantissimo, al quale anch’io sto dando il mio contributo insieme alla collega Marta Bonafoni, e che mi auguro veda la luce il più presto possibile.
Nella nostra regione lo sfruttamento dei lavoratori agricoli assume talora contorni drammatici, come nel caso dei braccianti Sikh dell’Agro Pontino: intervenire con uno strumento legislativo efficace è un dovere politico e istituzionale che fin dall’inizio della legislatura consideriamo una priorità assoluta.

Ecco perché la democrazia rischia di morire

A quanto pare in questi giorni circola sui social network un fotomontaggio che ritrae i parlamentari saliti sulla Sea Watch mentre si abbuffano di pesce a bordo di un gommone, intorno a un’improbabile tavola imbandita di ogni ben di dio.
Circola, quella foto, e non circola a caso. Viene sponsorizzata, previa accurata profilazione, per apparire sulle bacheche degli utenti politicamente e psicologicamente pronti a crederla vera, a indignarsi per il suo contenuto senza verificarlo e a rilanciarla tra i loro amici, che presumibilmente la pensano in modo analogo.
A gran parte degli altri, cioè di quelli che smaschererebbero la bufala in mezzo minuto o perlomeno si prenderebbero la briga di verificare prima di prenderla per buona, quella foto non apparirà mai. Magari dopo qualche giorno (come nel caso di cui parliamo), la notizia della fake news verrà fuori. Qualcuno, come sto facendo io, ne scriverà. Qualcun altro la denuncerà su Facebook, condividendola coi suoi amici.
Ma, appunto, i suoi. Non quelli che pochi giorni prima l’hanno creduta vera, la cui stragrande maggioranza non verrà neppure raggiunta dalla rettifica.
Il danno sarà stato compiuto, per sempre. Così come per sempre quelle persone saranno convinte che Magi, Orfini, Fratoianni e Delrio siano saliti su quella nave per ingozzarsi di aragosta, tartàre di spigola e scampi crudi.
Ovviamente non si tratta di un caso isolato né di un’eccezione, ma della regola: oggi c’è chi sui social comunica solo così.
Attraverso algoritmi sempre più raffinati, a ciascun gruppo omogeneo di persone viene mandato il messaggio più vicino possibile a quello che vuole sentire. A quel gruppo e solo a quel gruppo: mentre gli altri non lo vedranno mai.
Si tratta di uno scenario che pochi anni fa neppure gli scrittori di fantascienza distopica avrebbero immaginato: non solo programmi elettorali diversi e differenziati a seconda del pubblico che li legge, ma soprattutto notizie completamente false fatte circolare ad arte, e in larga misura visibili solo a chi si decide che debba vederle.
E’ l’uovo di Colombo. Selezionare diversi gruppi di persone in modo sempre più accurato e raccontare a ciascun gruppo una storia diversa: quella perfetta per fare in modo che i componenti di quel gruppo votino te e detestino i tuoi avversari.
Pensateci. Man mano che questo processo si andrà perfezionando lo stesso partito potrà essere, a seconda di quelli a cui si rivolge, quello che chiude i porti ma anche quello che vuole aprirli, quello che aumenterà le tasse ma anche quello che le abbasserà, quello favorevole alla legalizzazione delle droghe ma anche quello che vuole continuare a vietarle. Tutto e il contrario di tutto, insomma, confezionato su misura per ciascun target di riferimento e pressoché invisibile al resto del mondo.
Qualcosa, naturalmente, verrà fuori. Qualcuno recupererà gli screenshot che documentano quelle contraddizioni, li pubblicherà, li farà circolare per svelare l’inganno: ma sarà come cercare di svuotare il mare con un secchiello.
A questo punto, come diceva non ricordo chi, la domanda sorge spontanea: qual è l’impatto di questa situazione sulla democrazia? O, per meglio dire: ha ancora senso parlare di una democrazia effettiva quando, lavorando sui grandi numeri, è possibile non soltanto indirizzare e deformare qualsiasi informazione, ma creare dal nulla e far diventare vere notizie infondate e false, all’insaputa del resto del mondo o quasi? La mia risposta, ve lo confesso, è molto vicina al no.
Però sei un po’ troppo ansioso, eccepirà qualcuno.
Eppure.
Eppure chissà quante persone, a far data dall’altroieri, resteranno convinte che il banchetto di Magi, Orfini, Delrio e Fratoianni a bordo della Sea Watch sia avvenuto davvero. Per sempre.
Spiegatemi come raggiungerle, raccontare loro la verità, convincerle del contrario. Spiegatemi come fare lo stesso per le decine, centinaia, migliaia di bufale che stanno circolando proprio in questo momento, delle quali non sapete, non sappiamo nulla.
Spiegatemelo, e vedrete che l’ansia mi passa.
Sono tutto orecchi.

Decreto sicurezza bis for dummies

Siccome si parla molto del cosiddetto “Decreto sicurezza bis”, e poiché trovo che parlare con un minimo di cognizione di causa sia sempre utile, ho pensato di leggerlo, di andarmi a cercare le norme che modifica, che integra e che abroga e perciò di capire, per grandi linee ma in modo completo, cosa prevede.
Eccovi, quindi, un riassunto di quello che ho potuto capire: se avete cose da aggiungere, particolari da rettificare o commenti da fare, ovviamente, siete i benvenuti.

LE PREMESSE

Sono quelle che non legge mai nessuno (o perlomeno che leggono in pochi): eppure sono importanti, perché definiscono il perimetro politico, oltreché giuridico, nel quale una norma, qualsiasi norma, viene concepita.
Il caso di questo decreto non fa eccezione: già dalle premesse, infatti, si respira a pieni polmoni l’atmosfera di “emergenza” di cui il racconto salviniano ha bisogno come il pane. Si parla di straordinaria necessità e urgenza “di rafforzare il coordinamento investigativo in materia di reati connessi all’immigrazione clandestina“, “di garantire più efficaci livelli di tutela della sicurezza pubblica“, “di rafforzare le norme a garanzia del regolare e pacifico svolgimento di manifestazioni in luogo pubblico“, “di potenziare l’efficacia delle disposizioni in tema di rimpatri“, “di rafforzare gli strumenti di contrasto dei fenomeni di violenza in occasione delle manifestazioni sportive“.
Dite la verità: non respirate anche voi l’aria di un paese nel quale è pericoloso perfino uscire di casa? Non percepite l’angoscia dell’invasione che vi attanaglia? Non sentite l’odore dei lacrimogeni, il rumore del piombo, il tumulto di un posto in cui la violenza è ormai fuori controllo ed è cruciale porvi un freno?
Ecco, le premesse sono queste: e disegnano un paese immaginario, creato a uso e consumo di chi ha un disperato bisogno di presupposti per reprimere, per chiudere, per vietare.
Il resto viene da sé. E ve lo sintetizzo nei quattro capitoli che seguono.

L’IMMIGRAZIONE (ARTICOLI DA UNO A CINQUE)

Il Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della difesa, con il Ministro delle infrastrutture e con il Ministro dei trasporti, può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica o se il carico e lo scarico delle persone sono effettuati in violazione delle leggi sull’immigrazione vigenti.

Se viene violato il divieto di ingresso (e pure di transito o sosta) nelle acque territoriali italiane, al comandante, all’armatore e al proprietario della nave si applica a ciascuno di essi (mica a uno solo) una sanzione amministrativa da 10mila a 50mila euro. In caso di reiterazione commessa con la stessa nave, si applica anche la  confisca della nave stessa con immediato sequestro cautelare.

Inoltre, si estende alle fattispecie associative realizzate al fine di favorire l’immigrazione clandestina la competenza delle procure distrettuali e la disciplina delle intercettazioni preventive.

Poi c’è il capitolo delle operazioni sotto copertura, anche (toh) con riferimento al contrasto del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Vengono stanziati 3 milioni di euro in tre anni per pagare operatori di polizia di altri stati con cui siano stati stipulati accordi per il loro impiego sul territorio nazionale. Le risorse verranno prelevate da una parte delle risorse destinate (indovinate un po’?) al fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.

Infine, i gestori di alberghi, campeggi e bed & breakfast, che erano già obbligati a comunicare alla questura le generalità delle persone alloggiate entro 24 ore, devono farlo immediatamente in caso di soggiorni non superiori alle 24 ore.

LE MANIFESTAZIONI IN LUOGO PUBBLICO (ARTICOLI SEI E SETTE)

La sanzione per chi indossa caschi o altri strumenti atti a nascondere il volto viene aumentata fino alla reclusione da 2 a 3 anni e all’ammenda da 2mila a 6mila euro se il fatto è commesso durante manifestazioni pubbliche. Rimane la reclusione da uno a due anni e l’ammenda da mille a duemila euro per chi commette il fatto in luogo pubblico o aperto al pubblico, ma al di fuori delle manifestazioni.

Inoltre, per chi durante manifestazioni pubbliche lancia o “utilizza illegittimamente in modo da creare un concreto pericolo per l’incolumità delle persone o l’integrità delle cose” razzi, bengala, mazze, bastoni e simili viene introdotta la reclusione da 1 a 4 anni.

Inoltre, i reati di violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, resistenza a un pubblico ufficiale e violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario vengono puniti con pene aumentate se commessi durante manifestazioni pubbliche.

La pena per chi causa l’interruzione di pubblico servizio, pari a 1 anno di reclusione, viene aumentata a 2 anni di reclusione se avviene durante manifestazioni pubbliche.

Il saccheggio e la devastazione, già puniti con la reclusione da 8 a 15 anni (e già legato a esperimenti repressivi inquietanti), sono puniti con pene aumentate non solo se riguardano armi, munizioni e viveri, ma anche se sono posti in essere durante manifestazioni pubbliche.

Infine, la pena per chi danneggia cose altrui (mobili o immobili), attualmente da 6 mesi a 3 anni, farà un salto di qualità (da uno a 5 anni) se il danneggiamento avviene durante manifestazioni pubbliche.

VARIE, EVENTUALI E ANCORA IMMIGRAZIONE (ARTICOLI DA OTTO A DODICI) 

Il Ministero della giustizia è autorizzato ad assumere, per il biennio 2019-2020, fino a 800 persone per smaltire l’arretrato relativo a procedimenti di esecuzione delle sentenze penali di condanna e per assicurare la piena efficacia dell’attività di prevenzione e repressione dei reati. Le risorse necessarie, pari a circa 28 milioni, verranno prelevate dal fondo per il federalismo amministrativo.

Si proroga al 31 dicembre 2019 la scadenza per l’adozione, da parte del governo, di uno specifico regolamento per individuare le modalità di attuazione dei principi del Codice in materia di protezione dei dati personali in tema di trattamento dei dati effettuato per le finalità di polizia dal Centro elaborazioni dati (CED) del Dipartimento della pubblica sicurezza e da organi, uffici o comandi di polizia.

Per le esigenze di sicurezza connesse allo svolgimento dell’Universiade Napoli 2019, si aumenta il personale delle forze armate per la vigilanza a siti e obiettivi sensibili di 500 unità. Le risorse necessarie verranno prelevate dal fondo per il federalismo amministrativo.

Viene istituito, nell’ambito della cooperazione internazionale, un fondo di premialità per i paesi che collaborano nella riammissione dei soggetti irregolari presenti sul territorio nazionale. La dotazione iniziale del fondo, pari a 2 milioni di euro, potrà essere aumentato fino a 50 milioni di euro l’anno, utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

VIOLENZA NEGLI STADI, COMPRESI I BAGARINI (ARTICOLI DA TREDICI A DICIASSETTE)

Oltre ai casi già previsti, si estendono i casi in cui il Questore può disporre il Daspo e si prevede che esso può essere disposto anche per le manifestazioni sportive che si svolgono all’estero.

La durata minima del Daspo per i recidivi, fino a oggi da 5 a otto anni, diventa da 6 a 10 anni, così come il periodo massimo di durata della misura per chi viola il divieto, che passa da 8 a 10 anni.

Inoltre, per chiedere la cessazione del Daspo dopo 3 anni non basterà aver dato prova di buona condotta, ma occorrerà aver risarcito i danni prodotti e collaborato con la polizia per l’individuazione degli altri responsabili.

Il fermo di indiziato di delitto al di fuori dei limiti di cui all’articolo 384 del Codice di procedura penale viene esteso a coloro che risultino gravemente indiziati di un delitto commesso in occasione o a causa di manifestazioni sportive.

Inoltre, si rende permanente la disciplina dell’arresto differito (cioè dell’arresto non solo in flagranza di reato, ma anche fino alle 48 ore successive, sulla base delle immagini fotografiche e dei video) per determinati reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.

Tra le ipotesi di aggravanti dei reati viene aggiunto l’avere commesso il fatto in occasione o a causa di manifestazioni sportive o durante i trasferimenti da o verso i luoghi in cui esse si svolgono:  specularmente, dai casi in cui la punibilità è esclusa per particolare tenuità e non abitualità del comportamento vengono esclusi i delitti, con pena massima superiore a due anni e mezzo, commessi in occasione di manifestazioni sportive.

Infine, vengono inasprite le sanzioni che reprimono il fenomeno della rivendita abusiva dei biglietti (il cosiddetto “bagarinaggio”), eliminando il riferimento ai luoghi in modo da colpire qualunque vendita non autorizzata, anche quelle per via telematica.

CONCLUSIONI (E AVVERTENZE)

A questo punto qualcuno dirà: beh, guarda, sull’immigrazione hai pure ragione. Ma sul resto? Cos’è, ti piace la gente che va a menare le mani alle manifestazioni? Sei amico di chi fa le risse allo stadio? Prendi la stecca dai bagarini?
Ovviamente no. Ovviamente sono comportamenti che non mi piacciono, e che trovo giusto sanzionare.
Il punto, però, è che queste condotte erano già punite, e il decreto le punisce  in modo più severo, Inasprisce le pene. Aumenta le aggravanti.
Ecco, perché? Voglio dire, in Italia c’è un’emergenza manifestazioni? Siamo alla mercé di bande scatenate che impediscono ai cittadini di uscire di casa? La nostra economia è in ginocchio a causa di chi vende i biglietti falsi?
Di nuovo: ovviamente no.
Se non nel racconto salviniano, appunto. Che si nutre di un’emergenza immaginaria per produrre nuovi divieti, nuovi reati, nuove pene. Altri processi. Altre persone in carcere. Ancora più sovraffollamento nelle carceri. Ulteriore lentezza di una giustizia ingolfata. E contestualmente, per tornare all’immigrazione, altre discriminazioni. Altre persone escluse. Altro dolore. Altri morti.

Un vero e proprio capolavoro al contrario. O almeno, a me sembra così. Poi ditemi voi.

La manipolazione delle parole e della realtà

Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usarle“.

Così ebbe a dire Philip K. Dick, uno che di distopia (per usare un termine piuttosto in voga) se ne intendeva.
Ora, si può discutere se i tempi che viviamo siano o non siano il prologo di un futuro “distopico”: ma al di là di questo non si può negare che nel nostro paese un processo massivo di manipolazione delle parole sia in atto già da un pezzo.
Prendete, ad esempio, la questione della cosiddetta “difesa sempre legittima“: con cui, a ben guardare, si mira a giustificare e legalizzare una serie di situazioni che con la “difesa” hanno ben poco a che fare.
Rappresentano una difesa, in italiano, tutti gli atti che si compiono per scampare a un pericolo e garantirsi l’incolumità. Ci si difende, banalmente, da qualcosa che ci viene contro: un tizio che ci vuole picchiare, il freddo, una denuncia, l’influenza.
Sparare a un ladro che sta scappando, con ogni evidenza, non rappresenta una “difesa”, ma il suo esatto contrario: un’offesa. Inquadrata in un contesto senza dubbio particolare, ma pur sempre un’offesa: cioè un atto compiuto non verso qualcosa che ci viene contro e ci mette in pericolo, ma nei confronti di qualcosa (qualcuno) che procede nella direzione diametralmente opposta. Che si allontana, letteralmente, da noi, sia pure dopo averci fatto un danno.
Lo slogan “la difesa è sempre legittima”, dunque, serve paradossalmente a legittimare l’atto ostile che della difesa dovrebbe essere il presupposto: al punto che l’unica difesa legittima, in una situazione del genere, dovrebbe essere considerata quella eventualmente posta in essere dal ladro per difendersi, malgrado il contesto in cui si svolgono i fatti, da uno che gli sta sparando da un balcone.
E’ proprio questa la manipolazione di cui parlava Dick. Quella per cui una parola viene usata per raccontare il suo contrario e che corrisponde, con ogni evidenza, a una deformazione della realtà: quando l’offesa viene chiamata difesa, si inizia automaticamente a offendere.
Forse, come dicevo, questo processo è il prologo di un futuro distopico.
O forse nel futuro distopico ci siamo già dentro.

Visita al carcere di Latina

Questa mattina il collega Enrico Forte e io siamo stati in visita alla casa circondariale di Latina, accompagnati dalla direttrice Nadia Fontana.
Abbiamo riscontrato molte criticità, a partire dalla vetustà della struttura, trattandosi di un edificio degli anni ’30.
Nonostante gli sforzi dell’amministrazione di far fronte, con le poche risorse disponibili, a tutti i problemi, le difficoltà sono evidenti: il sovraffollamento, il problema delle persone con problemi psichiatrici (dovuto alla carenza di strutture preposte e comune a molti istituti della regione), la difficoltà di reinserire i detenuti all’interno del tessuto sociale una volta espiata la pena, che si traduce quasi sempre in recidive e rientri tra le mura del carcere.
Per risolvere almeno in parte questi problemi, oltre a un ricorso molto più esteso alle misure alternative, sarebbe importante avviare un percorso che porti alla dismissione della struttura attuale in favore di una nuova.
Questo sarebbe un passo molto importante non solo per Latina, ma anche per tutta la regione, dal momento che il Lazio è la quarta regione italiana in termini di popolazione carceraria, con un tasso di sovraffollamento superiore alla media del paese.

Il pride, i diritti lgbt e i diritti di tutti

Oggi due o tre giornalisti mi hanno chiesto perché nel 2019 è ancora importante andare al Pride.
La mia risposta, per le consuete ragioni di tempo, è stata sempre quella più immediata: cioè che non è questione di “ancora”, ma di “proprio”. È importante andare al Pride, ho risposto, “proprio” nel 2019. Proprio oggi. Perché oggi, in Italia, stiamo vivendo un’epoca in cui i diritti delle persone subiscono un attacco frontale che non esito a definire senza precedenti.
Ma la verità è che c’è molto di più.
Andare al Pride è importante per capire che non siamo soli a combattere certe battaglie, e per far capire agli altri che non sono soli anche grazie a noi.
Andare al Pride è importante per dimostrare che la lotta politica si può fare col sorriso, con la musica, con l’allegria: e che il sorriso, la musica, l’allegria possono essere più forti delle invettive, dell’intolleranza, dell’odio.
Andare al Pride è importante soprattutto perché i diritti lgbt sono i diritti di tutti. Anche quelli degli eterosessuali.
Io non vado al Pride per solidarietà verso chi è discriminato. Non vado al pride per simpatia. Non vado al Pride per chissà quale sensibilità nei confronti del prossimo.
Ci vado perché finché qualcuno è discriminato sono (non mi sento, sono) discriminato anch’io. Ci vado perché lo stato di diritto non è una cosa che si può smontare e rimontare a pezzi, ma una cosa che o c’è tutta o non c’è per niente. Ci vado per raccontare, insieme a tutti gli altri, lo stato di diritto in cui voglio vivere. Ci vado per difendere, insieme ai diritti degli altri, anche i miei.
Sarà una battaglia lunga e faticosa: ma se la vinceremo vorrà dire che saremo stati capaci di combatterla insieme.
In caso contrario non potremo che perderla.
Tutti.

I ragazzi in commissione affari europei

Cambiamenti climatici, sostenibilità, mercato digitale, comunicazione dell’Europa.
Ieri i ragazzi che parteciperanno al seminario di Ventotene hanno scelto i loro temi prioritari tra quelli compresi nel programma di lavoro della Commissione europea per il 2019.
Lo hanno fatto durante una simulazione di seduta della Commissione affari europei che ho avuto il grande piacere di presiedere al Consiglio regionale del Lazio.
Porterò questi suggerimenti, che vengono da chi l’Europa la vive fin dalla nascita, nella prossima seduta di Commissione, in cui Approveremo proprio la risoluzione sul programma di lavoro della Commissione europea.
Grazie ai ragazzi, e buona Europa a tutti!