Aiutiamoli (coi vaccini) “a casa loro”

Aiutiamoli (coi vaccini) “a casa loro”

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Il nostro ragionamento inizia da un grafico semplice, ottenuto grazie ai dati e alle visualizzazioni messi a disposizione da Our world in data, che mostra la percentuale di popolazione vaccinata nei sei continenti (l’America è divisa in America del nord e America del sud):



Com’è agevole rilevare, la differenza tra l’Africa e il resto del mondo è macroscopica, cosa che si deve innanzitutto a ragioni di ordine economico. La circostanza appare in tutta la sua evidenza guardando il grafico successivo, che mostra la percentuale di popolazione vaccinata nei venti paesi con prodotto interno lordo più basso del pianeta, la maggioranza dei quali si trovano appunto in Africa:



Solo il Ruanda si attesta su percentuali paragonabili a quelle dei continenti più ricchi, mentre in tutti gli altri paesi i valori sono bassi, e in molti casi bassissimi. La situazione, ovviamente, si ribalta se si esaminano le percentuali di popolazione vaccinata nei paesi col prodotto interno lordo più elevato:



Come risulta in modo chiaro, nei paesi più ricchi le campagne vaccinali hanno raggiunto quote altissime. Questa evidenza, in combinazione con quelle che emergono dai grafici precedenti, ci conferma che la protezione contro il virus Sars-Cov-2, e in modo particolare contro i suoi effetti più negativi, è essenzialmente una questione di soldi: cosa che in linea generale sapevamo già, ma che questi dati ci mostrano in tutta la sua enormità.

Si tratta innanzitutto di una situazione ingiusta. Anche se alcuni, specialmente tra i detrattori dei vaccini, hanno sottolineato che i decessi nel continente africano sono rimasti contenuti nonostante il basso livello raggiunto dalle immunizzazioni: ricavandone (guarda caso) la conclusione che i vaccini sarebbero inutili non soltanto per fermare la diffusione del virus (affermazione, peraltro, che abbiamo già visto essere infondata), ma anche per limitare i suoi effetti più nefasti.
Senonché, ci sono almeno due ordini di considerazioni che dimostrano tutta la debolezza di questa teoria.
Anzitutto l’accuratezza nella raccolta dei dati, che nel continente africano è ipotizzabile sia avvenuta con maggiori difficoltà e in modo molto meno completo a causa della limitata disponibilità di test, e in secondo luogo la diversa composizione demografica della popolazione, che come sappiamo gioca un ruolo determinante in relazione alle conseguenze della pandemia che stiamo affrontando: basta consultare i dati messi a disposizione da Worldometer per rendersi conto, tanto per fare un paio di esempi, che l’età mediana della popolazione in Nigeria è pari a 18 anni mentre in Italia si attesta oltre i 47.
Ciò non toglie, naturalmente, che l’impossibilità di proteggersi dal virus in modo efficace, così com’è consentito ai cittadini e alle cittadine di altre parti del mondo, rimanga una discriminazione gigantesca e scandalosa alla quale sarebbe giusto e necessario porre rimedio nel più breve tempo possibile.

Ma non è tutto. Com’è stato ampiamente dimostrato, il fatto che in alcune parti del mondo il virus venga lasciato libero di diffondersi in modo pressoché incontrollato comporta rischi enormi anche per i paesi in cui le vaccinazioni vengono erogate con regolarità, perché favorisce lo sviluppo di nuove varianti che potrebbero rendere quelle vaccinazioni (davvero) inefficaci.
Le varianti (ne abbiamo sentito parlare moltissimo negli ultimi tempi, ma sarà bene ripetere un paio di concetti fondamentali) si generano quando il virus, moltiplicandosi nell’organismo ospite, subisce mutazioni nel suo patrimonio genetico che lo rendono diverso dal virus originario.
Nella maggior parte dei casi la mutazione non provoca cambiamenti rilevanti nella struttura del virus, ma in alcuni casi la essa è in grado di conferirgli caratteristiche diverse da quelle originarie: una maggiore capacità di trasmissione, una maggiore aggressività o una maggiore resistenza alla risposta del sistema immunitario.
È chiaro che più aumentano gli episodi di trasmissione del virus da persona a persona, più aumentano le sue occasioni di mutare, e con esse la probabilità statistica che prima o poi venga fuori una mutazione particolarmente problematica.

Ci siamo già passati con la variante Omicron, molto più contagiosa della variante Delta e per fortuna (per pura fortuna, occorre ricordarlo) meno aggressiva nei confronti dell’organismo, che ha ridotto la capacità dei vaccini di impedire l’infezione: vogliamo che la storia si ripeta? Vogliamo aspettare che si sviluppino nuove varianti, magari più aggressive o capaci di eludere i vaccini in modo ancora più efficiente?

“Aiutiamoli a casa loro” è una formula che troppo spesso viene usata al solo scopo di blindare le frontiere e di dire in modo un tantino meno esplicito che di aiutarli non ci importa niente. Bene, oggi, in relazione al Covid, è arrivato il momento di farlo davvero. Di aiutarli davvero “a casa loro” facendogli arrivare i vaccini necessari a raggiungere un livello di immunizzazione paragonabile a quello del resto del mondo

Perché è giusto e perché è utile.

Che altro ci vuole per convincerci?

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