AGGIORNAMENTO COVID DEL 28 OTTOBRE

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La media settimanale del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati nel paese arriva al 18,99% contro il 18,04% di ieri, con un valore secco giornaliero del 20,51% e una crescita che continua a proseguire (negli ultimi 7 giorni 12,82% – 13,75% – 14,90% – 16,14% – 16,94% – 18,04% – 18,99%).

Oggi, oltre a una quasi impercettibile flessione nella pendenza della curva, il dato più significativo è che il valore secco giornaliero scende (sia pure di poco) per il secondo giorno di fila: come abbiamo già detto ieri, potrebbe trattarsi di una semplice fluttuazione, ma stasera ci permettiamo di sperare che sia un primo, piccolo passo verso una stabilizzazione, ancorché su valori molto elevati. Valori che, lo ripetiamo per l’ennesima volta, continuano a mettere in luce il collasso dei sistemi di tracciamento in molte regioni del paese (come abbiamo ripetuto fino alla nausea il limite per considerare il test and tracing efficace si attesta intorno al 3%). Nel grafico che segue potete vedere il rapporto settimanale tra nuovi casi e soggetti testati nelle diverse regioni, in ordine decrescente di valore (cioè partendo da quelle che sono messe peggio e finendo con quelle che sono messe meglio, o più verosimilmente meno peggio).

Anche oggi i valori sono elevatissimi, e il fatto che le regioni messe meno peggio siano la Basilicata e la Calabria (comunque sopra il 6%), il Molise e il Lazio (intorno al 9%), e la Sardegna (quasi il 10%) la dice lunga sulla gravità della situazione generale.

I ricoverati in reparto ordinario sono 14.981, 1.026 più di ieri: siamo al 51,6% (cioè oltre la metà) del picco massimo (29.010 il 4 aprile), e a molto più del triplo dei ricoverati (4.316) il 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown.

I ricoverati in terapia intensiva sono 1.536, 125 più di ieri: siamo al 37,8%, cioè a ben oltre un terzo, del picco massimo (4.068 il 3 aprile), e a più del doppio rispetto ai ricoverati in terapia intensiva (733) del 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown. A occhio e croce il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva è intorno ai 9 giorni: cosa che, di questo passo, ci porterebbe ad avere 3.070 terapie intensive tra dieci giorni, 6.140 tra venti giorni e intorno ai 12.500 (il triplo del picco massimo, e ampiamente oltre i posti disponibili) entro un mese.

Sull’attendibilità dei calcoli effettuati utilizzando il tempo di raddoppio, il 18 ottobre avevo postato una proiezione a 1.500 ricoverati di lì a dieci giorni, cosa che grosso modo coincide col dato di oggi (il dato per la verità è un pelino più alto, circostanza trascurabile se la si esamina in sé e per , un po’ meno nella prospettiva esponenziale in cui ormai spero ci rendiamo conto tutti di trovarci): questo, lo ripeto, non significa che io sia dotato di poteri divinatori, ma che le previsioni fatte sulla base dei numeri tendono a essere piuttosto accurate, cosa che dovrebbe indurci a preoccuparci più del domani che dell’oggi, e a diffidare di chi esprime giudizi basandosi solo sui dati correnti senza gettare lo sguardo un po’ più in avanti.

I decessi settimanali sono 1.073, 78 in più rispetto a ieri e ampiamente superiori al doppio rispetto ai decessi settimanali (411) del 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown. Possiamo dire che si tratta di un parziale ridimensionamento del salto di qualità intravisto ieri, nella consapevolezza che un ulteriore aumento dei decessi nei prossimi giorni non pare ragionevolmente eludibile.

A margine degli ultimi grafici sarà bene precisare una cosa: anche se l’impercettibile flessione nella crescita del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati non fosse una semplice fluttuazione, ma un primo segnale di stabilizzazione (ipotesi per niente sicura, anzi ampiamente da verificare), ci vorrebbero almeno un paio di settimane per percepirne l’effetto sui ricoveri e sui decessi, in base al noto meccanismo del “ritardo” (ormai dovremmo averlo chiaro tutti) che questi dati scontano rispetto all’andamento dell’epidemia.

Nel Lazio la media settimanale del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati sale a quota 9,08% rispetto all’8,80% di ieri, con un dato secco giornaliero (praticamente uguale a quello di ieri e sensibilmente inferiore a quello dell’altroieri) del 9,84%. Anche qua c’è una vaghissima sensazione di possibile avvio alla stabilizzazione (in modo più dubitativo di così non saprei dirlo), che tuttavia come nel caso dei dati nazionali potrebbe essere tranquillamente frutto di un paio di fluttuazioni consecutive. Più alti della media del paese i ricoveri ordinari (1.669, 37 più di ieri e ormai decisamente superiori al picco massimo di 1.468 il 28 aprile) e quelli in terapia intensiva (166, uguali a quelli di ieri e pari all’81% rispetto al picco massimo di 203 l’11 aprile).


Che dire? La tentazione di sopravvalutare i timidissimi segnali di oggi (e in parte di ieri) ovviamente c’è, ma penso che assecondarla sarebbe molto imprudente per non dire irresponsabile: sia perché, come detto, si tratta di una sensazione tutta da verificare (e in questo i prossimi giorni saranno illuminanti), sia (soprattutto) perché quand’anche fosse si tratterebbe di una stabilizzazione su livelli obiettivamente insostenibili, che magari porterebbero i nostri sistemi sanitari al collasso qualche giorno più tardi, ma comunque ce li porterebbero.

Ci vorrà ancora qualche giorno per poter misurare (sui contagi, non ancora sui ricoveri e sui decessi che almeno per le due prossime settimane sono “segnati”) gli (eventuali) effetti del secondo Dpcm, quello più restrittivo: nella consapevolezza che se quegli effetti non ci fossero o fossero insufficienti il tempo di manovra per correggere il tiro sarebbe davvero minimo. Insomma, stiamo camminando su una lama molto affilata, che per il momento diventa sempre più tagliente man mano che i giorni passano.

Non c’è male, per un virus che qualcuno aveva definito “clinicamente morto” già cinque mesi fa.

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