AGGIORNAMENTO COVID DEL 27 OTTOBRE

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La media settimanale del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati nel paese arriva al 18,04% contro il 16,94% di ieri, con un valore secco giornaliero del 20,68% e una progressione che non accenna a rallentare (negli ultimi 7 giorni 11,43% – 12,82% – 13,75% – 14,90% – 16,14%-16,94%-18,04%).

Ieri, come ricorderete, avevamo accennato alla sensazione che la pendenza della curva tendesse a diminuire leggermente, avvertendo che si trattava, per l’appunto, di una sensazione, che nei giorni successivi avrebbe potuto essere smentita: ebbene, per non farci mancare niente l’abbiamo smentita subito, visto che il tasso di crescita ha ricominciato ad aumentare, e la curva si è nuovamente impennata. Oggi l’elemento (appena appena) confortante è l’abbassamento del valore secco giornaliero (inferiore di quasi un punto percentuale rispetto a quello di ieri), che tuttavia è una sensazione ancora più labile della precedente, visto che sui valori singoli le fluttuazioni sono all’ordine del giorno. Sta di fatto, come stiamo sottolineando ormai da tempo ieri, che questi valori indicano un vero e proprio collasso del sistema di tracciamento in molte regioni, stante il fatto che secondo gli esperti il limite per considerare il test and tracing efficace si attesta intorno al 3% (i più generosi dicono il 5%, ma c’è anche chi lo fissa al 2%). Nel grafico che segue potete vedere il rapporto settimanale tra nuovi casi e soggetti testati nelle diverse regioni, in ordine decrescente di valore (cioè partendo da quelle che sono messe peggio e finendo con quelle che sono messe meglio, o più verosimilmente meno peggio).

I valori sono elevatissimi, e per giunta sono in salita da giorni in tutte le regioni. Il fatto che le regioni messe meno peggio siano la Basilicata e la Calabria (comunque sopra il 6%), il Molise e il Lazio (sopra l’8%), e la Sardegna (sopra il 9%) la dice lunga sulla gravità della situazione generale.

I ricoverati in reparto ordinario sono 13.955, 958 più di ieri: siamo al 48,1% del picco massimo (29.010 il 4 aprile), e a più del triplo dei ricoverati (4.316) il 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown.

I ricoverati in terapia intensiva sono 1.411, 127 più di ieri: siamo al 34,7%, cioè a oltre un terzo, del picco massimo (4.068 il 3 aprile), e ci avviciniamo a toccare il doppio rispetto ai ricoverati in terapia intensiva (733) del 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown. A occhio e croce il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva è intorno ai 10 giorni (per la verità anche un po’ meno): cosa che, di questo passo, ci porterebbe ad avere 2.800 terapie intensive tra dieci giorni, 5.600 tra venti e 11.200 (molto più del doppio del picco massimo, e temo ampiamente oltre i posti disponibili) entro un mese.

Sull’attendibilità dei calcoli effettuati utilizzando il tempo di raddoppio mi corre l’obbligo di ricordare quello che ebbi a scrivere il 17 ottobre, rilevando che di lì a dieci giorni (cioè oggi) avremmo avuto 1.400 ricoverati in terapia intensiva. La cosa, come abbiamo appena potuto constatare, si è puntualmente verificata: e questo non significa che io sia dotato di palla di vetro, ma che le previsioni fatte sulla base dei numeri tendono a essere (direi purtroppo) estremamente accurate. sarebbe il caso di tenerne conto, quando ci si limita a guardare l’oggi invece di pensare al domani. E soprattutto quando si diffida dei grafici, delle curve e dei calcoli, anteponendo loro non meglio precisate (e spesso riferite di seconda o terza mano) impressioni di ordine “pratico”.

I decessi settimanali sono 995, 132 in più rispetto a ieri e ampiamente superiori al doppio rispetto ai decessi settimanali (411) del 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown. Sul fronte dei decessi siamo davanti a un vero e proprio salto di qualità, che mi auguro (senza troppa convinzione, anzi con una discreta convinzione in senso contrario) possa essere ridimensionato nei prossimi giorni.

Nel Lazio la media settimanale del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati sale a quota 8,80% rispetto all’8,54% di ieri, con un dato secco giornaliero (sensibilmente inferiore a quello di ieri) del 9,82%. Più alti della media nazionale i ricoveri ordinari (1.632, 33 più di ieri e ormai decisamente superiori al picco massimo di 1.468 il 28 aprile) e quelli in terapia intensiva (166, 8 in più di ieri e pari all’81% rispetto al picco massimo di 203 l’11 aprile). Il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva, che a spanne si attesta sui 15 giorni, è più alto rispetto alla media nazionale, ma è comunque poco rassicurante.


Oggi, purtroppo, non ci sono variazioni significative rispetto a ieri: l’epidemia è fuori controllo come ieri (anzi, è un po’ più fuori controllo rispetto a ieri), il tempo di raddoppio delle terapie intensive è analogo a quello di ieri, la prospettiva di collasso dei nostri sistemi sanitari è la stessa di ieri, col piccolo particolare che si è avvicinata di un giorno. Di nuovo c’è soltanto (si fa per dire) un deciso salto di qualità dei decessi, che del resto era prevedibile in base al meccanismo di successione temporale e di “ritardo” (contagio -> ricovero -> decesso) del quale abbiamo parlato mille volte.

Il problema è sempre lo stesso, e diventa ogni giorno più pressante: se le misure adottate l’altroieri non dovessero sortire l’effetto sperato ce ne accorgeremmo come minimo tra due settimane, e a quel punto per adottare nuove misura più restrittive capaci di evitare il disastro sarà troppo tardi.

E’ un problema bello grosso. Davvero bello grosso.

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