AGGIORNAMENTO COVID DEL 26 OTTOBRE

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La media settimanale del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati nel paese arriva al 16,94% contro il 16,14% di ieri, con un valore secco giornaliero record del 21,58% e una progressione che continua a correre (negli ultimi 7 giorni 10,93% – 11,43% – 12,82% – 13,75% – 14,90% – 16,14%-16,94%).

Volendo trovare uno spigolo positivo, la sensazione (sia in media settimanale sia in relazione al valore giornaliero) è di una leggera diminuzione della pendenza della curva (cioè di un aumento a un ritmo appena inferiore rispetto a quello dei giorni scorsi): ma è, appunto, una sensazione, che nei prossimi giorni potrebbe tranquillamente essere smentita. Sta di fatto, perché si tratta di un fatto e non di una sensazione, che ormai abbiamo ampiamente sforato il muro del 20% su scala nazionale: il che significa che ieri (ormai abbiamo imparato che i dati comunicati ogni giorno sono in realtà quelli del giorno prima) più di un soggetto testato su cinque era positivo. Questo vuol dire, come abbiamo già sottolineato ieri, che in moltissime regioni non esiste più un sistema di tracciamento minimamente in grado di assolvere al suo compito, visto che secondo gli esperti il limite per considerare il test and tracing efficace si attesta intorno al 3% (i più generosi dicono il 5%, ma c’è anche chi lo fissa al 2%). La ragione è semplice: più il rapporto tra nuovi positivi e soggetti testati è alto, meno il sistema di tracciamento è in grado di indagare a fondo i link che “circondano” ciascun positivo e i suoi contatti, col risultato che molti contagi si perdono e l’epidemia si diffonde in modo incontrollato. Nel grafico che segue potete vedere il rapporto settimanale tra nuovi casi e soggetti testati nelle diverse regioni, in ordine decrescente di valore (cioè partendo da quelle che sono messe peggio e finendo con quelle che sono messe meglio, o per meglio dire meno peggio).

I valori, purtroppo, mettono d’accordo tutti gli esperti di cui parlavamo poc’anzi, perché non solo nessuna regione è sotto il 2%, ma nessuna è sotto il 3% e nessuna è sotto il 5%: alcune si attestano su valori vertiginosi, altre su valori altissimi, altre ancora su valori semplicemente elevati: al punto che le meno problematiche sono la Basilicata e la Calabria (comunque sopra il 5%), il Molise (sotto l’8%) e il Lazio (sotto il 9%). Ed è tutto dire.

I ricoverati in reparto ordinario sono 12.997, 991 più di ieri: siamo al 44,8% del picco massimo (29.010 il 4 aprile), e a più del triplo dei ricoverati (4.316) il 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown.

I ricoverati in terapia intensiva sono 1.284, 76 più di ieri: siamo al 31,6%, cioè quasi a un terzo, del picco massimo (4.068 il 3 aprile), e ci avviciniamo a toccare il doppio rispetto ai ricoverati in terapia intensiva (733) del 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown. A occhio e croce il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva è intorno ai 10 giorni (per la verità anche un po’ meno): cosa che, di questo passo, ci porterebbe ad avere 2.560 terapie intensive tra dieci giorni, 5.120 tra venti e 10.240 (molto più del doppio del picco massimo, e temo ampiamente oltre i posti disponibili) entro un mese.

A proposito del tempo di raddoppio delle terapie intensive c’è un’altra cosa, alla quale abbiamo già fatto cenno ieri, che vale la pena di sottolineare. E’ possibile che nei prossimi giorni (forse in piccola parte sta accadendo già) il tempo di raddoppio inizi ad aumentare, o perlomeno a non diminuire ulteriormente o a diminuire a un tasso inferiore, semplicemente perché in alcune regioni i posti disponibili iniziano a saturarsi: e dunque potremmo avere l’effetto ottico di un miglioramento a fronte di un effettivo peggioramento della situazione generale. A quel punto, purtroppo, l’unico numero ancora in grado di darci un’indicazione attendibile sull’andamento dell’epidemia sarebbe quello dei decessi, come del resto è già avvenuto a marzo. Speriamo davvero di non arrivarci.

I decessi settimanali sono 863, 68 in più rispetto a ieri e più del doppio rispetto ai decessi settimanali (411) del 9 marzo, giorno in cui fu annunciato il primo lockdown.

Nel Lazio la media settimanale del rapporto tra nuovi casi e soggetti testati sale a quota 8,54% rispetto all’8,01% di ieri, con un dato secco giornaliero (molto alto) dell’11,88%. Più alti della media nazionale i ricoveri ordinari (1.599, 123 più di ieri e ormai decisamente superiori al picco massimo di 1.468 il 28 aprile) e quelli in terapia intensiva (158, 12 in più di ieri e pari al 77,8% rispetto al picco massimo di 203 l’11 aprile). Il tempo di raddoppio dei ricoveri in terapia intensiva, che a spanne si attesta sui 13 giorni, è più alto rispetto alla media nazionale, ma non è comunque rassicurante.

L’abbiamo detto ieri: al momento l’epidemia è del tutto fuori controllo in molte regioni: visto che in gran parte del territorio nazionale sull’efficacia del sistema di tracciamento nel contenere i contagi si può contare ormai pochissimo, si tratterà di capire se quanto previsto dall’ultimo Dpcm sarà in grado di dare una sterzata alla situazione e di farla rientrare su livelli meno critici: tenendo sempre presente il fatto che i primi benefici delle misure, ammesso che ve ne siano e che siano significativi, inizieranno a vedersi tra due o tre settimane. Quello che succederà fino ad allora, quindi, è in larga misura già scritto: dubito fortemente, per capirci, che arrivati a questo punto sia materialmente possibile evitare di superare (purtroppo anche abbondantemente) i 5mila ricoveri in terapia intensiva, con tutto ciò che ne conseguirà in termini di crisi dei sistemi sanitari e perciò di grave pericolo non soltanto per i malati di Covid, ma anche per le persone con altre patologie che necessiteranno della rianimazione. Se andremo addirittura oltre quella quota o se riusciremo a starci dentro dipenderà dalla maggiore o minore efficacia di quello che è stato deciso ieri.

Staremo a vedere.

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